
WASHINGTON - Non so quanto vi fidiate dei dati sul vino che escono da consorzi e associazioni di categoria e non perché siano falsati ma pur sempre di interessata lettura è fuor di dubbio. Così, in un periodo di crisi, i numeri del vino italiano, toscano, umbro, piemontese, siamo andati a chiederli a all'
Ambasciata italiana a Washington. Per due motivi: da lì è partita la crisi, e lì c'è il primo mercato dell'italico export.
L'idea viene dalla redazione di
Fellow, il bimestrale fondato da un gruppo di giornalisti indipendenti appena uscito col secondo numero e qui sotto in vetrina alla libreria
Edison in piazza della Repubblica a Firenze. Al suo interno si trovano servizi scientifici, sulle nuove tecnologie, e per quanto mi ha riguardato direttamente sull'export del vino e sui 30 anni del
Pellicano di Porto Ercole (con la vera storia di come è nato ai tempi di Agnelli e della Marzotto e le ultime novità in cucina).

L'Ambasciata, che ringrazio per la disponibilità nonostante gli impegni istituzionali proprio nei giorni della visita di Berlusconi a Obama, sul vino ha evidenziato due aspetti che posso qui sintetizzare e per l'approfondimento dei quali rimando alla rivista. Il primo sulla
tenuta dell'export nostrale dopo il sorpasso sui francesi, mediata secondo Washington dalla ristorazione italiana in Usa. Segno che, quanto si diceva fino a oggi della
ristorazione "solo vetrina" per il vino, è forse da ripensare come la vetrina sì ma d'un esercizio commerciale che macina lavoro. L'aspetto critico invece sarebbe insito nella
grande distribuzione, dove il vino italiano fatica molto.
A ciò si può aggiungere, secondo me, una previsione per la fine dell'anno più ottimistica rispetto ai numeri della crisi. Infatti, l'Ambasciata è riuscita a ricucire con distributori e consumatori, lo strappo consumato dai soliti noti di
Montalcino. Ma soprattutto, come successe nel 2001 quando pur di comprare Bordeaux 2000 i buyer Usa non si lasciarono irretire dalle note della critica antifrancese per il mancato appoggio dell'Eliseo a Bush in Iraq, oggi gli stessi buyer sanno bene che le riserve 2006 di Chianti Classico o quelle 2004 di Brunello sono da comprare nonostante la crisi.