FIRENZE - Recuperata la foto del pranzo di Natale e del timballo di tortellini, una di quelle ricette tramandate in casa nostra.
Tortellini classici, scottati in acqua e conditi con ragu' bianco di carne, balsamella come diceva l'Artusi e tartufo bianco.
Il tutto viene poi inserito in uno stampo imburrato e foderato di prosciutto cotto e cotto al forno finche' non fa la crosticina. E' un po' ancien regime, ma ha il sapore della festa.
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martedì 29 dicembre 2009
mercoledì 23 dicembre 2009
Regali che Uniscono
FIRENZE - Non scriverò del tipo... di regali come si legge altrove sotto la spinta degli uffici commerciali, ma del genere... ri regali che si possono fare per Natale. E non farò morali sul consumismo che, con la crisi, è anche più squallido del solito.
Esistono però regali che uniscono e regali che dividono. Prendete per esempio un navigatore satellitare. Il navigatore è un regalo che divide, ti isola dai compagni di viaggio, ti censura i racconti di chi c'è già stato e "vi ci porto io", "gira qui", del passante fermato per chiedere indicazioni e sentire la parlata locale a seconda delle province.
Un regalo che divide è l'I-pod, ci si spara nelle orecchie e ci si possono sentire tutte le canzoni d'amore del mondo ma si rimane sempre nella propria torretta di plastica. Divide, perché unisce sì ma solo a distanza e con tante incomprensioni, anche il telefonino (è un mio parere, beninteso).
Regali che uniscono sono i libri, nonostante possa sembrare il contrario. Si legge in silenzio, da soli, ma si tocca e si passa del tempo sul dono di una persona cara, magari già letto e condiviso, di solito affettuosamente dedicato.
Unisce anche e forse soprattutto una bottiglia di vino che, fino a prova contraria, si è soliti aprire in compagnia. Allenta le inibizioni, scioglie la lingua, scalda il cuore. E soprattutto, nel bene o nel male... finisce. Buone feste a tutti.
Esistono però regali che uniscono e regali che dividono. Prendete per esempio un navigatore satellitare. Il navigatore è un regalo che divide, ti isola dai compagni di viaggio, ti censura i racconti di chi c'è già stato e "vi ci porto io", "gira qui", del passante fermato per chiedere indicazioni e sentire la parlata locale a seconda delle province.
Un regalo che divide è l'I-pod, ci si spara nelle orecchie e ci si possono sentire tutte le canzoni d'amore del mondo ma si rimane sempre nella propria torretta di plastica. Divide, perché unisce sì ma solo a distanza e con tante incomprensioni, anche il telefonino (è un mio parere, beninteso).
Regali che uniscono sono i libri, nonostante possa sembrare il contrario. Si legge in silenzio, da soli, ma si tocca e si passa del tempo sul dono di una persona cara, magari già letto e condiviso, di solito affettuosamente dedicato.
Unisce anche e forse soprattutto una bottiglia di vino che, fino a prova contraria, si è soliti aprire in compagnia. Allenta le inibizioni, scioglie la lingua, scalda il cuore. E soprattutto, nel bene o nel male... finisce. Buone feste a tutti.
giovedì 17 dicembre 2009
La Baracca dello Zazzeri, il Libro
MARINA DI BIBBONA - "Non han si' aspri sterpi ne' si' folti/ quelle fiere selvagge che 'n odio hanno/ tra Cecina e Corneto i luoghi colti" cantava Dante la durezza della Maremma.
E' una delle citazioni insieme al Pineto dannunziano e al Carducci bolgherese del libro presentato stamni alla Pineta di Luciano Zazzeri.
Con introduzioni di Salvatore Marchese e di Carlo Petrini, abbinamenti dell'avvocato Paolo Baracchino e contributi tra gli altri di Angelo Gaja, il libro scritto da Patrizia Turini e' un solido racconto della storia del cuoco pescatore.
Con foto e aneddoti sulla costa toscana (ma anche sulla caccia) e non soltanto ricette. Lo chef della cucina non cucina di pesce, tanta e' la sua essenzialita', al centro di un libro vero.
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E' una delle citazioni insieme al Pineto dannunziano e al Carducci bolgherese del libro presentato stamni alla Pineta di Luciano Zazzeri.
Con introduzioni di Salvatore Marchese e di Carlo Petrini, abbinamenti dell'avvocato Paolo Baracchino e contributi tra gli altri di Angelo Gaja, il libro scritto da Patrizia Turini e' un solido racconto della storia del cuoco pescatore.
Con foto e aneddoti sulla costa toscana (ma anche sulla caccia) e non soltanto ricette. Lo chef della cucina non cucina di pesce, tanta e' la sua essenzialita', al centro di un libro vero.
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lunedì 14 dicembre 2009
Villa Roncalli e Luisa Scolastra
Luisa Scolastra: quando la bontà della cucina si coniuga con la bontà d’animo
di Giovanni Picuti
Quando Luisa irrompe nella sala fa corpo con il carattere degli arredi e con l’ambiente elegantemente familiare di Villa Roncalli, luogo senza tempo e ristorante per chi ha tempo. Nei piatti di classe e di sostanza di Luisa capita spesso di rinvenire la soverchia nostalgia per Sandra, madre indimenticabile e generosa che le ha lasciato - oltre al patrimonio genetico - un bagaglio di ricette che lei ripropone a memoria, senza tradire la semplicità e la invariabilità dei valori gastronomici ed edonistici della materna arte culinaria. Luisa è convinta che in cucina l’innovazione a tutti i costi non paghi e questo atteggiamento dignitosamente dogmatico non lo ha abbandonato nemmeno una volta venuta a contatto con il circo Barnum della cucina italiana. Ma i suoi talenti non finiscono qui, perché vanno dalla generosità nel lavoro alla buona educazione, dall’arte di apparecchiare la tavola a quella di ospitare, espressione non solo di etichetta, ma anche di galateo e di raffinatezza. Veniamo ora a quella che tanti considerano a torto la nota dolente della cuoca. Credo di aver scoperto che le paste fatte in casa siano le vere responsabili dei suoi proverbiali ritardi nel portare a tavola, se è vero come è vero che le prepara al momento a discapito della puntualità del servizio ma a vantaggio di un altro sembiante sensoriale della proposta gastronomica: la vista. Un vero gourmet sa che in cucina l’occhio esige la sua parte. Accedere nella sua officina del gusto prima del pranzo, costituisce il vero valore aggiunto di Villa Roncalli, la cui filosofia si distacca da quella severissima di altri cuochi, che non ammettono le occhiate indiscrete, per motivi che è facile intuire. Vedere lavorare Luisa costituisce un buon 50% della proposta gastronomica del ristorante. Senza considerare che se si vuole toccare il settimo cielo è necessario ripudiare le sale, facendosi invitare al tavolo di marmo dove regna Angelo, per fare conoscenza o riconciliarsi con i piatti concettosi, densi di storia e di tradizione preparati con grande maestria ed altrettanta umiltà intellettuale. In queste circostanze lo “smisurato” ristorante si trasforma in parva domus e Luisa si sente spentolare dalla stanza accanto prima che diventi contegnosa e inizi a servire direttamente dalla casseruola al piatto, mentre i discorsi si fanno facili e le confidenze benevolmente corrive. Quello che la distingue da ogni altro cuoco è l’assoluta meticolosità, condita da una ingiustificata paura di non poter mai farsi abbastanza onore, il che la mette in una sorta di orgasmo che le ruba il tempo e la spinge a sfornare piatti a profluvio per la gioia di chi non conosce gli assilli delle diete. Forse la sua generosità non le permette di valutare bene i sintomi di godimento e sazietà dell’ospite. Specialmente se questo è un amico, nei confronti del quale manifesta la sua considerazione servendogli più piatti di quelli effettivamente ordinati, ignorando che non è possibile ridestare l’appetito quando il ventre e il palato hanno già avuto la loro parte.
Luisa esce raramente di casa, e quando prende la sofferta decisione di assentarsi dal suo rifugio per qualche giorno, porta con sé un numero imprecisato di valige, borse, borsette, beautycase, come se non dovesse più tornarvi. Anche questo la dice lunga sul diverso metro che adotta nel concepire il tempo e l’eternità. Faccio un esempio. Se per caso venisse morsa da una vipera mentre coglie i pomodori dall’orto paterno, salirebbe prima in camera, si farebbe la doccia, si spalmerebbe la crema per il corpo, quella per il viso e quella per le mani, poi tenterebbe più di una acconciatura, sceglierebbe il vestito adatto e infine si precipiterebbe urlando in ospedale. Ma non prima di essersi accertata di aver chiuso il gas e che nel frigo vi sia il necessario per la cena del padre e dei suoi immancabili amici: Antonio Pugliese, Marcello Mencacci, Marcello Grifi e Giorgio Poletti, nella migliore delle ipotesi. Ditemi voi se questa non è una donna fuori dal comune. Sta di fatto che come mangio da lei non mangio da nessuna parte. Forse perchè ho compreso che la cucina, come l’amore, necessita dei suoi tempi. Per le toccate e fughe ci sono i Mac Donald’s o i ristoranti che si approvvigionano dalle grandi e selezionate distribuzioni, quelle che conservano, affumicano, mettono sotto vuoto. Parlo dei ristoranti che tanto per cominciare ti portano in tavola il piatto con sei porzioni liliputtiane di formaggi morbidi, compreso il fossa stagionato e meno stagionato e ti consigliano di assaggiare prima questo e poi quell’altro, da abbinarsi a marmellate tanto esotiche quanto diverse tra loro; poi ti ci mettono il lardo di Colonnata, “ma quello vero”, il prosciutto iberico e una porzione pediatrica di Patanegra, come se il medico ti avesse sconsigliato di mangiarne troppo. Quelli che t’ammollano dappertutto l’aceto balsamico, di un odore prepotente, intollerante, definitivo, consigliandoti di spruzzarlo anche sui raponzoli e sulle fragole. Quelli che ti accolgono alla porta con un bicchiere di prosecco che sa di caramello, quelli preferiti dagli stomaci di bronzo e potrei continuare e fare anche i nomi, che tuttavia non faccio, non perché sono un tipo discreto, ma solo perché il direttore non mi mette molte battute a disposizione e l’elenco risulterebbe troppo lungo e deprimente. Allora viva Luisa e prendiamocela con calma, che la vita è lunga e bisogna sapersela godere.
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di Giovanni Picuti
Quando Luisa irrompe nella sala fa corpo con il carattere degli arredi e con l’ambiente elegantemente familiare di Villa Roncalli, luogo senza tempo e ristorante per chi ha tempo. Nei piatti di classe e di sostanza di Luisa capita spesso di rinvenire la soverchia nostalgia per Sandra, madre indimenticabile e generosa che le ha lasciato - oltre al patrimonio genetico - un bagaglio di ricette che lei ripropone a memoria, senza tradire la semplicità e la invariabilità dei valori gastronomici ed edonistici della materna arte culinaria. Luisa è convinta che in cucina l’innovazione a tutti i costi non paghi e questo atteggiamento dignitosamente dogmatico non lo ha abbandonato nemmeno una volta venuta a contatto con il circo Barnum della cucina italiana. Ma i suoi talenti non finiscono qui, perché vanno dalla generosità nel lavoro alla buona educazione, dall’arte di apparecchiare la tavola a quella di ospitare, espressione non solo di etichetta, ma anche di galateo e di raffinatezza. Veniamo ora a quella che tanti considerano a torto la nota dolente della cuoca. Credo di aver scoperto che le paste fatte in casa siano le vere responsabili dei suoi proverbiali ritardi nel portare a tavola, se è vero come è vero che le prepara al momento a discapito della puntualità del servizio ma a vantaggio di un altro sembiante sensoriale della proposta gastronomica: la vista. Un vero gourmet sa che in cucina l’occhio esige la sua parte. Accedere nella sua officina del gusto prima del pranzo, costituisce il vero valore aggiunto di Villa Roncalli, la cui filosofia si distacca da quella severissima di altri cuochi, che non ammettono le occhiate indiscrete, per motivi che è facile intuire. Vedere lavorare Luisa costituisce un buon 50% della proposta gastronomica del ristorante. Senza considerare che se si vuole toccare il settimo cielo è necessario ripudiare le sale, facendosi invitare al tavolo di marmo dove regna Angelo, per fare conoscenza o riconciliarsi con i piatti concettosi, densi di storia e di tradizione preparati con grande maestria ed altrettanta umiltà intellettuale. In queste circostanze lo “smisurato” ristorante si trasforma in parva domus e Luisa si sente spentolare dalla stanza accanto prima che diventi contegnosa e inizi a servire direttamente dalla casseruola al piatto, mentre i discorsi si fanno facili e le confidenze benevolmente corrive. Quello che la distingue da ogni altro cuoco è l’assoluta meticolosità, condita da una ingiustificata paura di non poter mai farsi abbastanza onore, il che la mette in una sorta di orgasmo che le ruba il tempo e la spinge a sfornare piatti a profluvio per la gioia di chi non conosce gli assilli delle diete. Forse la sua generosità non le permette di valutare bene i sintomi di godimento e sazietà dell’ospite. Specialmente se questo è un amico, nei confronti del quale manifesta la sua considerazione servendogli più piatti di quelli effettivamente ordinati, ignorando che non è possibile ridestare l’appetito quando il ventre e il palato hanno già avuto la loro parte.
Luisa esce raramente di casa, e quando prende la sofferta decisione di assentarsi dal suo rifugio per qualche giorno, porta con sé un numero imprecisato di valige, borse, borsette, beautycase, come se non dovesse più tornarvi. Anche questo la dice lunga sul diverso metro che adotta nel concepire il tempo e l’eternità. Faccio un esempio. Se per caso venisse morsa da una vipera mentre coglie i pomodori dall’orto paterno, salirebbe prima in camera, si farebbe la doccia, si spalmerebbe la crema per il corpo, quella per il viso e quella per le mani, poi tenterebbe più di una acconciatura, sceglierebbe il vestito adatto e infine si precipiterebbe urlando in ospedale. Ma non prima di essersi accertata di aver chiuso il gas e che nel frigo vi sia il necessario per la cena del padre e dei suoi immancabili amici: Antonio Pugliese, Marcello Mencacci, Marcello Grifi e Giorgio Poletti, nella migliore delle ipotesi. Ditemi voi se questa non è una donna fuori dal comune. Sta di fatto che come mangio da lei non mangio da nessuna parte. Forse perchè ho compreso che la cucina, come l’amore, necessita dei suoi tempi. Per le toccate e fughe ci sono i Mac Donald’s o i ristoranti che si approvvigionano dalle grandi e selezionate distribuzioni, quelle che conservano, affumicano, mettono sotto vuoto. Parlo dei ristoranti che tanto per cominciare ti portano in tavola il piatto con sei porzioni liliputtiane di formaggi morbidi, compreso il fossa stagionato e meno stagionato e ti consigliano di assaggiare prima questo e poi quell’altro, da abbinarsi a marmellate tanto esotiche quanto diverse tra loro; poi ti ci mettono il lardo di Colonnata, “ma quello vero”, il prosciutto iberico e una porzione pediatrica di Patanegra, come se il medico ti avesse sconsigliato di mangiarne troppo. Quelli che t’ammollano dappertutto l’aceto balsamico, di un odore prepotente, intollerante, definitivo, consigliandoti di spruzzarlo anche sui raponzoli e sulle fragole. Quelli che ti accolgono alla porta con un bicchiere di prosecco che sa di caramello, quelli preferiti dagli stomaci di bronzo e potrei continuare e fare anche i nomi, che tuttavia non faccio, non perché sono un tipo discreto, ma solo perché il direttore non mi mette molte battute a disposizione e l’elenco risulterebbe troppo lungo e deprimente. Allora viva Luisa e prendiamocela con calma, che la vita è lunga e bisogna sapersela godere.
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Ristoranti, Propositi 2010
FIRENZE - Come ogni anno tempo di bilanci di ristoranti visitati in questo 2009, di euri spesi e di chilometri percorsi, di incontri belli e ricette emozionanti.
Ma anche tempo per raccogliere le idee e i suggerimenti, soprattutto questa volta, per la Guida Espresso toscana dell'anno prossimo. Accetto e aspetto i consigli di voi lettori...
Ps. Nella foto i maccheroncetti con ragu' di ostriche di Aurora Mazzucchelli del Marconi, uno dei piatti che mi sono molto piaciuti.
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Ma anche tempo per raccogliere le idee e i suggerimenti, soprattutto questa volta, per la Guida Espresso toscana dell'anno prossimo. Accetto e aspetto i consigli di voi lettori...
Ps. Nella foto i maccheroncetti con ragu' di ostriche di Aurora Mazzucchelli del Marconi, uno dei piatti che mi sono molto piaciuti.
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venerdì 11 dicembre 2009
Quelli che... le Guide
VIAREGGIO - C'e' maggiore coincidenza di giudizi delle diverse guide ai ristoranti rispetto alle guide vini? E se si' perche'?
Sara' questo uno degli spunti a margine del "fuori onda" enogastronomico di domani a Viareggio. Una tavola rotonda d'eccezione per riflettere sulle Guide e sui vini al centro della V edizione di Quelli che… le guide, l'appuntamento ideato da Guido Ricciarelli.
Domani alle 17,30, all'Hotel Plaza e de Russie – in Piazza D'Azeglio a Viareggio – Ricciarelli modererà il dibattito al quale parteciperanno, fra i relatori: Eleonora Guerini (Gambero Rosso), Daniel Thomases (Veronelli), Mario Busso (Vini Buoni d'Italia-Touring Club Editore) e Stefano Ferrari (Slow Food).
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Sara' questo uno degli spunti a margine del "fuori onda" enogastronomico di domani a Viareggio. Una tavola rotonda d'eccezione per riflettere sulle Guide e sui vini al centro della V edizione di Quelli che… le guide, l'appuntamento ideato da Guido Ricciarelli.
Domani alle 17,30, all'Hotel Plaza e de Russie – in Piazza D'Azeglio a Viareggio – Ricciarelli modererà il dibattito al quale parteciperanno, fra i relatori: Eleonora Guerini (Gambero Rosso), Daniel Thomases (Veronelli), Mario Busso (Vini Buoni d'Italia-Touring Club Editore) e Stefano Ferrari (Slow Food).
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mercoledì 9 dicembre 2009
Pizza napoletana stg
ROMA - La pizza napoletana, la vera pizza, è diventata stg. L'acronimo sta per Specialità tradizionale garantita. Ma la notizia che mi perplime è che nel disciplinare ho letto anche l'aglio tra gli ingredienti.
"Diametro non superiore a 35 centimetri, bordo rialzato (cornicione da 1 a 2 centimetri), spessore di 0,4 al centro, pomodoro, mozzarella, extravergine, origano e aglio bianco" (anche se si specifica a seconda degli ingredienti utilizzati).
Nonostante una tappa a via Forcella, non sono ferrato come i colleghi campani dei quali invoco l'aiuto, sapevo da Carmine e dai fratelli Ciro di Firenze che tra i segretucci disvelati dei piazzaioli partenopi c'era spesso una spolverata di Parmigiano (molto umami). Ma l'aglio?
"Diametro non superiore a 35 centimetri, bordo rialzato (cornicione da 1 a 2 centimetri), spessore di 0,4 al centro, pomodoro, mozzarella, extravergine, origano e aglio bianco" (anche se si specifica a seconda degli ingredienti utilizzati).
Nonostante una tappa a via Forcella, non sono ferrato come i colleghi campani dei quali invoco l'aiuto, sapevo da Carmine e dai fratelli Ciro di Firenze che tra i segretucci disvelati dei piazzaioli partenopi c'era spesso una spolverata di Parmigiano (molto umami). Ma l'aglio?
Living stories pages
NEW YORK - Vorreste leggere delle living stories pages di gastronomia? Cosa sono? Da ieri è online la pagina web http://livingstories.googlelabs.com/ nata in collaborazione con il New York Times e il Washington Post.
Si tratta di pagine monotematiche aggiornate 24 ore su 24 raggruppando tutto ciò che riguarda un singolo argomento, in cui il "giornale contenitore" diventa Google e il "giornale contenuto" cioè le notizie sono dei due grandi quotidiani Usa.
Come i blog, come Twitter e come le testate o social network, anche questa potrebbe essere una delle novità decisive per i cambiamenti dell'editoria (più dall'alto che dal basso in questo senso), nella quale speriamo che la volontà degli editori e la responsabilità dei cronisti lasci un posto anche alla gastronomia.
Si tratta di pagine monotematiche aggiornate 24 ore su 24 raggruppando tutto ciò che riguarda un singolo argomento, in cui il "giornale contenitore" diventa Google e il "giornale contenuto" cioè le notizie sono dei due grandi quotidiani Usa.
Come i blog, come Twitter e come le testate o social network, anche questa potrebbe essere una delle novità decisive per i cambiamenti dell'editoria (più dall'alto che dal basso in questo senso), nella quale speriamo che la volontà degli editori e la responsabilità dei cronisti lasci un posto anche alla gastronomia.
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venerdì 4 dicembre 2009
Borgo San Jacopo a Firenze
FIRENZE - Ottima cena ieri sera a Firenze al Borgo San Jacopo appena addobbato per Natale.
Beatrice Segoni, marchigiana di origine, aveva un ristorante a Porto Recanati, poi non ha voltato pagina ma "buttato via il libro". Merito di un dolce durante un catering di Vissani.
Io la conobbi quando la moglie di un politico locale le disse, tutt'altro che a torto, del risotto che era meglio di quello assaggiato appena la sera precedente per mano di uno chef innamorato.
E oggi in una piazza come Firenze, la chef ha la sicurezza di chi si permette cristaiate, vincisgrassi e brodetto, spaghetti alla carbonara veri, nitidi ed eleganti, una sorta di sashimi di cappesante, una crosta di agrumi che riconcilia col branzino altrove sempre troppo banale e ovviamente ottimi dolci.
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Beatrice Segoni, marchigiana di origine, aveva un ristorante a Porto Recanati, poi non ha voltato pagina ma "buttato via il libro". Merito di un dolce durante un catering di Vissani.
Io la conobbi quando la moglie di un politico locale le disse, tutt'altro che a torto, del risotto che era meglio di quello assaggiato appena la sera precedente per mano di uno chef innamorato.
E oggi in una piazza come Firenze, la chef ha la sicurezza di chi si permette cristaiate, vincisgrassi e brodetto, spaghetti alla carbonara veri, nitidi ed eleganti, una sorta di sashimi di cappesante, una crosta di agrumi che riconcilia col branzino altrove sempre troppo banale e ovviamente ottimi dolci.
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mercoledì 2 dicembre 2009
Miramonti di Merano
MERANO - Esiste un'aristocrazia che viaggia per l'Europa e nel mondo, come quella descritta da Proust nella Recherche, anche per la cucina.
Un'aristocrazia che in quanto tale non cerca novita', stravaganze o tanto meno sorprese, ma cio' che conosce di più.
Ecco perche' ha un senso allora trovare nei menu foie gras e tonno anche nella Bassa Verdiana, nel Chianti o nelle Langhe, nonostante chi vi scrive continui a ritenere più divertente ed emozionante benche' borghese, conoscere le cucine del territorio.
A Merano sono stato ad esempio al ristorante dell hotel Miramonti. Nella provincia con più stelle Michelin d'Italia, una sala circondata di vetrate terra-tetto con vista notturna su Merano, Tirolo e Lagundo.
Ho bevuto Coevo 2006, nuovo supertuscan di Cecchi, e mangiato crema di zucca, foie gras appunto, ovviamente con le mele locali (morgen... e qualche cosa qualcuno mi aiuta col nome?) e infine porceddu sardo.
Piatti, salvo qualche sbavatura (come la scelta del fegato che non teneva la cottura) tutti buoni ed eleganti al netto del panorama. Consumazione in altitudine.
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Un'aristocrazia che in quanto tale non cerca novita', stravaganze o tanto meno sorprese, ma cio' che conosce di più.
Ecco perche' ha un senso allora trovare nei menu foie gras e tonno anche nella Bassa Verdiana, nel Chianti o nelle Langhe, nonostante chi vi scrive continui a ritenere più divertente ed emozionante benche' borghese, conoscere le cucine del territorio.
A Merano sono stato ad esempio al ristorante dell hotel Miramonti. Nella provincia con più stelle Michelin d'Italia, una sala circondata di vetrate terra-tetto con vista notturna su Merano, Tirolo e Lagundo.
Ho bevuto Coevo 2006, nuovo supertuscan di Cecchi, e mangiato crema di zucca, foie gras appunto, ovviamente con le mele locali (morgen... e qualche cosa qualcuno mi aiuta col nome?) e infine porceddu sardo.
Piatti, salvo qualche sbavatura (come la scelta del fegato che non teneva la cottura) tutti buoni ed eleganti al netto del panorama. Consumazione in altitudine.
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martedì 1 dicembre 2009
Bene Nuove Dop, al Ristorante Però...
ROMA - Le Dop italiane vanno a 190. Ieri la Ue ha riconosciuto la denominazione protetta ad altre due specialità italiane: l'aglio del Polesine Dop e il Marrone di Combai sulle prealpi di Treviso.
Negli ultimi giorni di novembre era stata la volta dell'Insalata di Lusia (PD) e del formaggio di Fossa di Sogliano (zona Rubicone). Così l'Italia consolida definitivamente il suo "primato" europeo come lo definisce il ministero delle politiche agricole e forestali.
Benissimo, ma c'è un però e non accusiamo i giornalisti di disfattismo se riferiscono notizie su fatti commessi da certi ristoratori. Mi riferisco alla prassi di citare nei menu, proprio le specialità dop-igp e non sempre a proposito.
Un conto è offrire pasta e fagioli nella sua anche deliziosa semplicità. Altro effetto ha su molti avventori la lettura di pasta di Gragnano e fagioli di Lamon della Vallata Bellunese con extravergine Pretuziano delle Colline Teramane e pepe nero di vattelappesca.
E' indubbio cioè che le Dop siano un valore aggiunto da imparare ad apprezzare, materie prime in grado di impreziosire ricette, ma spesso vengono usate da cuochi cialtroni per nascondere dietro a una denominazione protetta la pochezza di una cucina sciolta.
Negli ultimi giorni di novembre era stata la volta dell'Insalata di Lusia (PD) e del formaggio di Fossa di Sogliano (zona Rubicone). Così l'Italia consolida definitivamente il suo "primato" europeo come lo definisce il ministero delle politiche agricole e forestali.
Benissimo, ma c'è un però e non accusiamo i giornalisti di disfattismo se riferiscono notizie su fatti commessi da certi ristoratori. Mi riferisco alla prassi di citare nei menu, proprio le specialità dop-igp e non sempre a proposito.
Un conto è offrire pasta e fagioli nella sua anche deliziosa semplicità. Altro effetto ha su molti avventori la lettura di pasta di Gragnano e fagioli di Lamon della Vallata Bellunese con extravergine Pretuziano delle Colline Teramane e pepe nero di vattelappesca.
E' indubbio cioè che le Dop siano un valore aggiunto da imparare ad apprezzare, materie prime in grado di impreziosire ricette, ma spesso vengono usate da cuochi cialtroni per nascondere dietro a una denominazione protetta la pochezza di una cucina sciolta.
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